L’imperdonato.

No, proprio non riusciva ad avere ricordi nitidi della sua infanzia e della sua adolescenza. Forse la sua memoria lo voleva proteggere dal groviglio di serpi annidate nella sua mente, sempre pronte a sibilare di momenti all’apparenza impossibili da sopportare, avvelenati dal verbo più difficile per chiunque: sopravvivere.

Quella sopravvivenza che, proprio durante infanzia ed adolescenza, gli aveva insegnato la sopportazione, il silenzio, la resistenza a qualsiasi situazione la vita gli avesse dispettosamente inflitto. Quella sopravvivenza che lo aveva dotato di abilità nella costruzione di trincee psicologiche e bunker morali che, più in là nel tempo, lo avrebbero aiutato a vincere tutte le sue battaglie.

Ma in tutto questo non era solo; aveva scoperto un’alleata invincibile e sempre presente: la musica. Non era una musica qualsiasi, non era la solita “lagna” che parlava solo d’amore o storie strappalacrime. Era una musica che parlava, di silenzi, di emarginazione, di società, di vita.

Per molti, quella musica, era paragonabile all’incomprensibile rumore prodotto da un’acciaieria di periferia, allo sferragliare di un treno con freni bloccati e ruote quadrate. Rumore. Senza senso. Altri l’avevano etichettata come musica del diavolo. Pochi ne capivano il senso, pochi cercavano di capirne i testi e le parole.

Quella musica la suonava un gruppo americano nato a Los Angeles nel 1981. I Metallica. Era una musica forte, veloce, con testi ragionevolmente incomprensibili. Più ascoltava le loro canzoni e più rimaneva estasiato dalle melodie e dalle loro parole. Parole che adorava tradurre, capire e cantare. Parole che gli rimbombavano dentro, parole che lo facevano pensare, parole che gli davano conforto.

Era il 1991 quando uscì l’album che, di li a poco, avrebbe cambiato il suo modo di pensare e vedere molte cose. Quell’album conteneva la canzone che gli avrebbe regalato l’opportunità di ragionare sul significato della parola libertà. “The Unforgiven”, l’imperdonato, era una canzone lenta, melodiosa, dai toni incisivi, soprattutto per il testo. Parlava di una persona che, dalla nascita alla vecchiaia, è stata privata della libertà di essere e di pensare, una persona completamente assoggettata alle decisioni dettate dalla cultura e dalla società, privata della propria volontà.

Sebbene il significato del testo fosse abbastanza chiaro, sapeva che l’avrebbe compreso appieno continuando a vivere e maturando esperienze. Sapeva che avrebbe continuato a porsi domande su cosa fosse giusto o sbagliato, sapeva che prima o poi la vita che aveva scelto di vivere gli avrebbe presentato il conto chiedendogli se era ciò che realmente voleva. 

Così è stato. Crescendo, le domande cominciavano ad arrivare, a radicarsi nel suo subconscio, a molestare il suo “io”. Come se fosse sul banco degli imputati nel processo contro se stesso, ostaggio di un’accusa composta da pilastri che riteneva fondamentali: il tempo, la vita, le scelte e i ricordi. A turno lo interrogavano, lo massacravano con domande dai toni arroganti, come se volessero deriderlo, sbeffeggiarlo. Sapeva che non sarebbe riuscito ad avere la meglio contro di loro, e questo, lo sapevano anche i granitici pilastri.

Ecco perché conosceva la sentenza e sapeva che la condanna sarebbe stata pesante… perché i pilastri con perdonano. Così diventi l’imperdonato.

(…) Il ragazzino impara le loro regole

Col tempo il bambino è assorbito

Capro espiatorio di torti altrui

Privato di tutti i suoi pensieri

Il giovane continua a lottare, è risaputo

Un giuramento a se stesso

Che mai d’ora in poi

Gli porteranno via la sua volontà

Non saprai mai ciò che avrebbe potuto essere (…)

(…) Mai stato libero 

Mai stato me stesso

Quindi ti ho definito l’imperdonato

Dedicano le loro vite

A occuparsi della sua

Lui tenta di compiacerli tutti

L’uomo amareggiato che è

Per tutta la sua vita sempre lo stesso

Ha costantemente combattuto

Questa battaglia che non può vincere

Lo considerano un uomo stanco cui non importa più

Il vecchio che si prepara

A morire pieno di rimpianti

Quel vecchio sono io (…)

Era un ragazzino quando le domande cominciarono a torturarlo, quando i pilastri cominciarono a tenerlo in ostaggio sul banco degli imputati.Era solo un ragazzino quando si vedeva diverso dai suoi coetanei, quando non poteva avere quel che avevano i ragazzi della sua età. Era un’età bastarda quella, un’età in cui le differenze si notano e te le spiattellano in faccia con malignità, disgusto e cattiveria, senza preoccuparsi di ferire o addirittura uccidere chi subisce la violenza dei colpi sferrati da bocche inquinate dalla superficialità, dalla rivalità e dal desiderio di supremazia sugli altri.

Durante quel periodo, le domande cominciavano ad essere più frequenti, il processo a se stesso diventava sempre più incalzante ed emotivamente intenso. Questo era il modo con cui i “pilastri fondamentali” tentavano di esercitare il controllo della mente, nonostante cominciassero a non sembrare più così granitici ma sgretolabili. A questo punto doveva difendersi e l’unico modo per farlo era imparare ad erigere muri e chiudere porte, ascoltare e capire, guardare ed elaborare. Ma il prezzo da pagare era alto, sapeva che questo sistema difensivo avrebbe portato a solitudine e silenzio. Attitudini che, tuttavia, avrebbero permesso di selezionare persone, avere le proprie idee e sviscerare ogni circostanza godendo della propria concezione.

Ma si sa, ad erigere muri e chiudere porte si rischia di rimanere chiusi fuori anche dal proprio mondo, aumentando l’esposizione agli assalti del tempo, della vita, dei ricordi e delle scelte. Così ancora una volta doveva trovare un rifugio sicuro, esterno al proprio mondo, in territorio nemico. Ancora una volta la musica, sua fedele alleata, gli forniva il proprio appoggio. La sua musica, infatti, aveva mandato in supporto l’artiglieria pesante, nuove munizioni da schierare contro l’erosione psicologica.

A sette anni di distanza dalla pubblicazione dell’album che conteneva “The Unforgiven”, il brano che esprimeva al meglio il significato della parola libertà, i Metallica sembravano continuare a scrivere la colonna sonora di giorni difficili di un cuore nero. Nel 1998, usciva ReLoad, il disco che conteneva la canzone considerata il seguito di “The Unforgiven” ed intitolato “The Unforgiven II”. Il protagonista e le sue ombre erano le stesse, non era più un bambino, erano passati 7 anni ed il suo cuore era ferito ed annerito dall’oscurità di notti e giorni malvagi.

Ma anche un cuore nero trova sempre una luce che sappia abbattere i suoi muri, spalancare le sue porte ed illuminare i suoi giorni. Una luce che si sdrai accanto al cuore nero e ne rischiari i bui più oscuri, che seppellisca e custodisca dentro di se la chiave che ha permesso di aprire la porta che il cuore nero aveva chiuso. Solo così la porta non potrà più chiudersi.

(…) Quello che ho provato, quello che ho conosciuto

Stanco morto, resto da solo

Potresti essere qui,

perché ti sto aspettando

O sei imperdonato anche tu? (…)

(…) Stenditi vicino a me, dimmi cos’ho fatto

La porta è chiusa, così come i tuoi occhi

Ma adesso vedo il sole, adesso vedo il sole

Sì ora lo vedo (…)

 

E.

@enigmatico141

 

 

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